in orbita

[…]
Era una comune giornata spaziale. Fluttuante tra comete e pianeti, mi dedicavo alle solite faccende asteroidali: lucidare la superficie rocciosa (150 m^2), asciugare la rugiada lasciata sul pavimento dall’incontro con quella bella cometa, mantenere la rotta, regolare la distanza dalle giganti rosse… quando ad un tratto , così, all’improvviso, mi son ritrovata ad una velocità superiore alla norma diretta verso un punto indefinito, quasi come se questo mi stesse attirando come solo le calamite sanno fare.
Al vorticoso aumentare della velocità, la mia preoccupazione saliva… in tutti quegli anni trascorsi sull’asteroide 752 ne avevo viste di tutti i colori ma mai mi era capitata una cosa del genere. Abbandonata al mio destino, nell’infinità dell’ universo, non mi era parsa una gran perdita, quella di smarrire la rotta che avevo imposto al mio asteroide, così decisi di abbandonarmi al richiamo ombroso. La forza che mi trascinava convergeva verso un punto che non riuscivo a distinguere dal paesaggio nero, costernato di punti bianchi che i miei occhi erano abituati a vedere; ignara della meta, chiusi gli occhi e mi lasciai andare.
[…]
Era solo un sogno.
Devo essermi appisolata mentre, affascinata dal buio senza fine del nostro universo, mi ero spinta a ricerche da secchiona sulle teorie sui buchi neri. Teorie incomplete, inesatte, intuizioni geniali e spiegazioni più o meno accettabili dalla fisica che noi conosciamo, sono tutto quello che le più grandi menti degli ultimi tempi ci hanno lasciato. Una sfida, a mio parere, rivolta a noi che, come ‘nani sulle spalle dei giganti’, avremo il compito di accogliere. 
G.

 

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