Ti rendi conto che è un bel po’ di tempo che non torni a casa quando il pakistano di via Saragozza che ti vede ogni giorno passare di lí, inizia a salutarti. E non è l’unica persona a farlo lungo quella strada. E poi te ne rendi conto perché il mondo che vivi si plasma attorno a te, come la pellicola sul display del cellulare che se non stai abbastanza attento si fanno le bolle d’aria. Ma quanto sono fastidiose le bolle d’aria (?!)
Te ne accorgi perché alcune persone iniziano a capirti, o almeno ci provano. Ti offrono quello che possono : un po’ di spazio nel loro disordine, che sia un film, un caffè, una sedia accanto a loro, una confezione di cheerios, una marmellata, una poesia, una canzone.
Certo poi c’è anche chi non ti capirà mai, forte della propria visione del mondo e delle proprie convinzioni; invece a me sembra di aver capito che non è possibile capire ciò che ci circonda se lo guardiamo solo con i nostri occhi.
No, quelli non sono abbastanza.
Ci sono stati giorni in cui ho rantolato nel buio della mia camera con gli occhi gonfi e la voglia di non far nulla. E parole più affilate di lame. Parole condannatrici al dubbio su ciò che valgo, su ciò che sono. Parole incise. Parole indelebili.
Ma ci sono stati anche giorni in cui occhi attenti hanno incrociato i miei occhi grigi e spenti ed è bastato quello. Nessuna parola. Solo silenzioso assenso, silenziosa comprensione. Solo un ‘dai, si ricomincia! Avanti il prossimo’.
Bologna mi mi apre gli occhi verso altri orizzonti e lascia il mio cuore a fissare i tramonti che non smetteremo mai di contare. Non c’è cosa più bella di un tramonto condiviso.
Ti rendi conto che è un bel po’ di tempo che non torni a casa quando, una volta tornata, non c’è più tanto spazio per te.






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