Mi ero chiesta quanto ci avrebbe messo a passare il tempo, quando sono partita. Me lo sono chiesta un sacco di volte. Ora conosco la risposta: un nanosecondo. Un nanosecondo fa ero in treno per la prima volta, con il cuore in gola a chiedermi come sarebbe stato. E oggi, un nanosecondo dopo, mi ritrovo più ferita, più piena, più cuoca, meno leggera, più grande, più conscia, più piena di shot all’assenzio, meno intelligente, più criticata, più apprezzata, meno religiosa (contro ogni aspettativa), più lavandaia, a pensare che tra poco prenderò un treno di ritorno, e a sentire quel dolorino sotto lo sterno che ha il sapore di malinconia.
Si, mia cara Bologna, provo malinconia a lasciarti. Lascia stare che sei fredda più dell’Alaska in inverno e che a causa della nebbia non ti si vede quasi mai il cielo, e in estate sei una sauna concentrata tra le tue porte e le tue mura… chiudiamo un occhio anche sul fatto che qui avete un concetto distorto di pane o mozzarella o pizza … fingiamo che non ci sia un mercato nero delle biciclette rubate…
Io devo ringraziarti. Perché mi hai fatto cadere tante volte, facendomi inciampare nei marciapiedi, sassolini, percorsi sterrati, mi hai anche fatto investire da una moto. Ma soprattutto mi hai insegnato come si fa a rialzarsi, a quanto sia bello avere al proprio fianco qualcuno che si fa una risata ogni volta che inciampi su quella invisibile luce rialzata, messa fuori al terrazzo di via Terracini, a quanto sia bello poter provare profonda stima verso i propri compagni di avventura. Stima e mai invidia. A quanto sia bello essere continuamente stimolata da ogni cosa : stimolata a fare meglio, a essere migliore ma soprattutto a tirare fuori quella diversità che c’è dentro di me, come d’altronde in ognuno di noi.
Mia cara Bologna, mi hai fatto assistere, impotente, a tante voltate di spalle, a tante omissioni, a tante scelte che mi vedevano esclusa, a tanti silenzi. Ma mi hai insegnato ad essere paziente, a chiudere un occhio e se necessario anche due, a metterci una pietra sopra e se necessario, anche due; e così, dopo tutto sto tempo, mi sono ritrovata a costruire grattacieli di pietra a occhi chiusi.
Meglio grattacieli di pietra che di nuvole.
Grazie per avermi mostrato le cose per quello che sono davvero (molto spesso ci sono volute delle belle sgridate per farmelo capire… la mia testa é dura!) e, anche se è molto complicato farmi cambiare idea, non smettere di mostrarmi le mille sfaccettature della realtà: non si sa mai che prima o poi inizio a guardare le cose dalla prospettiva giusta (Ma che poi sta prospettiva giusta qual è? qualcuno l’ha mai incontrata o vista da qualche parte ?).
Grazie per avermi fatto rantolare nel buio, rendendo la mia vita qualcosa che nemmeno ‘una serie di sfortunati eventi’ ma soprattutto grazie perché non sono mai stata sola. Grazie a chi non mi ha mai mollata.
E grazie , persone magnifiche, che mi avete presa e trascinata in un vortice di sclero, impegno, sacrificio, stima reciproca, parchi, colli, film, palloni e schiaccia sette, 《nuda!》o 《tutto il mondo lo saaaaaa… tortellini e…..》, musica, concerti, dimenticanze e Alzheimer, birre, birre, ancora birre.
A presto







G

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