una casa a porte aperte

 Vi capita mai di sentirvi una casa a porte aperte? Mi rendo conto che il paragone è un po’ azzardato e che se proprio uno deve sentirsi qualcosa, si sente uno straccio, una merda, un leone, o una tigre ma una casa con il portone aperto proprio no. In realtà è una cosa un po’ profonda a cui penso da tempo in quei momenti vuoti che sopraggiungono immancabilmente quando uno si prende un attimo per respirare e riflettere. Nella mia esistenza si affacciano spesso tante graditissime anime. Ad alcune piace quello che vedono e quindi entrano, altre invece, inorridite dalla vista di quello che ho dentro (e perché no, a volte anche limitandosi a quello che ho fuori) ahimé scappano via. Le anime che entrano, si appoggiano comode nella casa ed io le lascio pure fare, tanto la porta è aperta, non sono mica abbastanza scaltra da chiuderla a chiave ed ingoiarla?! Così finisco per abituarmi ad essere abitata anche se in realtà non si tratta di pura abitudine, ma di qualcosa di più simile all’affetto, qualcosa che ha una sua profondità come d’altronde qualunque cosa che mi riguarda. E niente. Questa storia finisce così. Con una casa abbandonata. E poi magari riabitata di nuovo ma da persone diverse, un po’ come le case su Bologna in affitto. Le persone vanno e vengono e continuano a farlo con leggerezza. Con una leggerezza uguale e contraria la casa finge di essere indifferente all’andirivieni di persone. Ma l’indifferenza è quella costa che sta proprio nel mezzo tra la gioia ed il dolore che ha il potere di rendere tutto grigio. Come il cielo durante una tempesta. Che se guardi bene ad un certo punto collassa in lampi e tuoni. E così collassa pure l’indifferenza. Ed insieme a lei anche tutta la farsa a cui la casa si era arresa inerte durante tutta la sua vita.

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