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Oggi la mia estetista mi ha chiesto quanti anni avessi. Io: “24”. Poi mi ha chiesto: “quindi, qual è il tuo obiettivo nella vita?”. Era molto loquace rispetto al solito ed un po’ turbata dall’avvicinarsi dei 40 anni. Elena. Una donna con i coglioni e di bell’aspetto, chissà cosa abbia da temere da un anno in più. Io non sapevo cosa rispondere. Nella mia mente c’era il vuoto totale che si andava concretizzando in una serie di bla bla bla voglio darci dentro con il lavoro bla bla bla ora che posso bla bla bla poi magari tra un po’ di anni bla bla bla posso permettermi di lavorare meno.
Tutte cose senza senso. Tutte cose che non penso. Un fiume di parole che sfociava incontrollato attraverso le mie labbra e che non apparteneva ad alcuna foce.
Ma se io la facessi a voi questa domanda, cosa mi rispondereste?
Io non lo so a cosa sto mirando. Non so esattamente quali siano le mie ambizioni o cosa potrebbe farmi sentire realizzata. I miei occhi non sono puntati al futuro ma fermi ad osservare un presente che cerco di non fami sfuggire dalle mani, un presente che mi si piazza davanti con i suoi schiaffi e le sue carezze e che mi mette alla prova, talvolta accompagnato dal desiderio irrefrenabile di vivere la giornata, talvolta dal desiderio irrefrenabile che arrivi il venerdì.
Ho sempre pensato di avere bisogno di poche cose per sentire nel mio presente un’appagante sensazione di realizzazione che, un po’ per i miei famosi 24 anni, un po’ per il tipo di persona che sono, non consiste in una busta paga a quattro zeri, nella scalata dell’organigramma aziendale, nello sposarmi o generare una prole.
Per me c’è molto di più – che a molti potrebbe sembrare molto di meno – di questo.
Di cosa sto parlando ? Di un concetto molto semplice, quasi banale. Poter contare sulla presenza e sull’affetto di una limitata quantità di persone è la cosa che più di tutte riesce a farmi sentire appagata.
Semplice, no ? Una cosa banale, scontata. Una banalità con l’incredibile il potere di rendermi felice e piena. Mi rendo conto che chi legge potrebbe pensare: “beh allora per te è molto semplice stare bene ed essere felice, se ti basta così poco per sentirti appagata!”. No, non è proprio così. Perché presenza, affetto e persone sono tre parole che fanno fatica a stare insieme nella stessa frase, un po’ come in una relazione a tre in cui c’è sempre, immancabilmente un elemento che resta escluso.
Di persone presenti nella mia vita ce ne sono un’infinità. E’ presente il mio capo al lavoro, il mio istruttore di acquagym in piscina, i barman del Pradel e dell’Altotasso, l’autista della navetta, la commessa della Pam di via Marconi, il responsabile di sala led Mast, il controllore di tper.
Ci sono anche delle persone che provano un chiaro affetto incondizionato per me. Mi basta pensare ai miei ed alle chiamate perse di mia nonna ogni sera che non riesce a capacitarsi del fatto che io prenda l’autobus da sola quando torno dalla piscina.
Io so anche che ci sono delle persone presenti nella mia quotidianità che mi vogliono bene, una fantastica concomitanza di presenza ed affetto di cui sono grata. A volte però non riesco a godere del tutto di queste luci rare perché la mia vista, apparentemente ingenua, risulta essere offuscata o distratta dalle cose non dette, dall’opportunismo, dal finto buonismo e dalla strafottenza che spesso vanno a confondersi con il bene. Se pesati bene, alcune parole e modi di fare, minuscoli particolari nell’immensità dell’essere umano, hanno il potere di trasformare l’affetto nella banalità di una conoscenza superficiale, una persona meritevole di amore incondizionato in una presenza casuale in una vita grigia, un gesto amorevole in una violenta e triste abitudine.

 

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