È venerdì pomeriggio, l’orologio sta per segnare le diciotto, alzo gli occhi al cielo e scandisco mentalmente le sillabe fi–nal–men–te. Ordino la scrivania, metto le mie cose nella mia sacca nera, saluto gli altri e vado a passare il badge sul marcatempo. Le giornate si stanno allungando ed alle sei del pomeriggio c’è ancora una discreta luce che rende l’attesa dell’autobus più piacevole. Lì ad attendere me ci sono i navetta boys, ragazzi di altre aziende che come me al mattino con gli occhi assonnati sono rassegnati alla lotta che li aspetta e di pomeriggio tirano un sospiro di sollievo perché anche oggi è andata. Ma oggi è venerdì e c’è un aria diversa, ci si fa la solita domanda sui programmi per il weekend e puntualmente arriva il mio momento: Gaia, tu che fai questo weekend? Non ne ho la più pallida idea, come al solito non ho organizzato nulla, ti va di fare qualcosa? No Gaia, mi spiace ma questo weekend vado giù, ho organizzato un’imperdibile cena con il mio ragazzo, vado ad una fantasmagorica festa a tema e devo finire il trasloco.
L’autobus è in ritardo perché da qualche mese a questa parte gli autisti verificano che le persone siano realmente autorizzate ad usufruirne, scannerizzando un QR code fornito dall’azienda. Lucina verde, okay sali. Lucina rossa, sali lo stesso ma dimmi un po’, dov’è che lavori? Mi chiedo perché uno dovrebbe voler venire in una zona così remota se non per chiudersi per nove ore in ufficio o in impianto. Salgo sull’autobus e mi faccio strada tra facce stanche con le mie borse ingombranti fin quando non trovo un posto libero e mi ci accomodo. Metto su le cuffie e mi affido all’algoritmo deterministico di una sequenza randomica di pezzi che mi costringe a mandare avanti un po’ di canzoni prima di trovare quella giusta: non so cosa voglio ascoltare, ma so cosa non voglio ascoltare. Ho da sempre questo problema col mettere da parte le cose che mi costringe ad inventarmi un rifugio per tutto ciò che il resto dell’umanità è in grado di mandare a quel paese con molta tranquillità. Il rifugio che ho creato per i pezzi mandati avanti si chiama la playlist delle canzoni skippate ed è il filo invisibile che mi lega alla certezza di non dimenticarmene. Nel frattempo arrivo a casa, mi sfilo le borse e le catapulto sul letto ed insieme a loro mi ci catapulto anche io perché la settimana è stata impegnativa, qualcuno mi ha detto che dovrei fare meglio ed io non sono ancora riuscita a digerire le prime parole di un discorso che mi rimbomberà nelle tempie per giorni. Sdraiata con le braccia aperte sul letto ancora con le cuffie ed il giubbino penso che forse il mio venerdì può concludersi lì, basta chiudere gli occhi per far finire tutto fino a domani. Drr drrrr. Pausa. Drr drrrr. Un’occhiata veloce e capisco che la serata che mi ero dipinta era solo una distorsione di quella che in realtà avrei passato, che l’adrenalina ed il caffè fanno presto a far scomparire la stanchezza, che non fa nulla se i miei capelli sono più arruffati del solito e se la matita nera non farà altro che accentuare le mie disastrose occhiaie, che è arrivato il momento di indossare quel briciolo di aggressività che di solito faccio fatica a tirare fuori. Mi trovo così a distanza di poco tempo ad attraversare nuovamente lo stesso portone nel verso opposto col cuore gonfio di gioia perché anche se non so cosa aspettarmi dalla notte, sono divorata dalla voglia di scoprirlo.
Sono passate due settimane, è venerdì pomeriggio, l’orologio sta per segnare le diciotto e mi dico che per oggi posso spegnere il pc. Non mi sono mai mossa dalla mia stanza perché è una settimana che lavoro da casa, quindi non sono stanca. Metto su le cuffie e mi affido all’algoritmo deterministico di una sequenza randomica di pezzi che mi costringe a mandare avanti un po’ di canzoni prima di trovare quella giusta: non so cosa voglio ascoltare, ma so cosa non voglio ascoltare. Sdraiata con le braccia aperte sul letto penso che è un peccato che il mio venerdì si stia per concludere lì, basta chiudere gli occhi e rischio di far finire tutto fino a domani. Tic toc. Pausa. Tic toc. Entra pure. Mi basta un’occhiata per capire la serata che mi ero dipinta era solo una distorsione di quella che in realtà avrei passato, che ci si può fare belli anche per uscire in terrazzo, che la musica è bella anche se ascoltata da una diretta instagram, che l’aggressività in fondo non mi serve proprio a nulla perché tutto quello di cui ho bisogno, dico proprio tutto, di venerdì sera bussa alla porta della mia vita.












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