momenti di trascurabile felicità vol.2

C’è un momento, forte, lucido, inatteso, che arriva ad un certo punto della giornata, non necessariamente tutti i giorni, in cui uno, più o meno consapevolmente, si abbandona al peso della propria mente. Questo momento per me inizia con il tasto play che spara il colpo di partenza per la maratona di note che si affrettano a fluire attraverso i fili bianchi delle cuffie. Inizia con il mio corpo che si lascia cadere sul letto e nemmeno si disturba a scostare il piumone per infilarcisi dentro, limitandosi a soffocarlo con il suo peso. Inizia con le mani che afferrano il display del pc e lo accostano con una dolcezza decisa alla tastiera ed attendono con impazienza che questo esali il suo ultimo respiro luminoso prima di addormentarsi. In quell’istante l’interruttore sul mondo si spegne lasciando acceso un unico riflettore puntato sul mio cervello aggrovigliato che inizia a distendersi all’apertura del sipario. Gli occhi sono socchiusi, le braccia aperte e le gambe penzoloni al lato del letto, il sole sta tramontando ma i suoi ultimi raggi attraversano la finestra e le tende bianche generando una luce piacevole che, appoggiandosi sugli oggetti e sul mio corpo che tra questi si confonde, dà vita ad un esercito di ombre che animano il vuoto della stanza. Apro gli occhi, poso lo sguardo sul soffitto e proprio mentre la mente si distende, il mio corpo si accartoccia su se stesso. Man of the hour dei Pearl Jam passa dalle cuffie attraverso i timpani dritta dentro di me ed arriva a toccare qualcosa, non so esattamente cosa e, senza che io possa opporle resistenza mi inonda gli occhi e poi le guance e poi il piumone. Tutt’a un tratto mi trovo sugli spalti dell’Olimpico, le braccia ben salde a stritolare i colli di Laura e Martina e le gambe che non riescono a stare inchiodate a terra ma che mi spingono con forza verso un cielo che in quel momento non sembra poi così lontano. A sembrarmi lontano è però quel momento che mi si sta ripresentando in modo così vivido nella mente ed invece così straziante in quel posto dentro di me che non so dire dove sia. Quel momento segnava il punto di deviazione di due binari che fino ad allora erano stati paralleli al mio, che mi ero voltata a guardare molte volte quando mi sentivo smarrita e che mi ricordavano di essere sulla strada giusta semplicemente perché la stavamo percorredo insieme. Eravamo tutte e tre sui blocchi di partenza e Eddie Vedder sulle note di Alive sparava il colpo di partenza per la maratona che avrebbe portato ognuna di noi a rincorrere qualcosa. Io la mia corsa l’ho fatta su un tapis roulant che mi avrebbe vista affannata ma ferma ad osservare i cambiamenti radicali di un mondo che i binari accanto al mio avevano fatto sembrare la casa perfetta per i miei rami che si allontanavano irreversibilmente dalle radici. In quel momento io ero consapevole di una consapevolezza che andava logorandomi ed allo stesso tempo preparandomi all’imminenza del vuoto. Al contempo però la lucidità con cui aspettavo quella che al tempo mi sembrava la fine ma che ho poi scoperto essere sì la fine ma solo di un’era della mia vita, mi faceva vivere con gratitudine le piccole cose e confondere qualunque sorriso con una gioia violenta. Così ho iniziato a collezionare la luce dei momenti di felicità trascurabile ed a custodirli nello stesso posto in cui vanno a sbattere le note di man of the hour, facendo male. Stacco le cuffie. Mi asciugo le guance ancora un po’ umide. I momenti luminosi e felici del passato, pillole di felicità da autosomministrarmi in caso di malinconia, in questo momento sanno di nostalgia e fanno male più che bene. Allora forse è meglio se li ripongo nel posto chissàdove in cui posso custodirli con cura insieme alle note che mio padre mi indirizza, fingendo per un momento che quel do – Some, ancora do ma più alto – where, si-sol – o-ver, la-si-do – the-rain-bow mi ci porti davvero al di là dell’arcobaleno.

 

 
 

 

 

 

 

 

G.

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