Aspettavo il venticinque aprile duemilaventi da quando il venticinque aprile duemiladiciannove ad una latitudine un po’ più bassa rispetto all’anno precedente mi trovavo a pensare nostalgicamente al venticinque aprile duemiladiciotto. Dico nostalgicamente perché, nonostante fossi immersa in una morbida emulsione di cose belle, mi sarebbe piaciuto esserci ancora una volta. A fare cosa? A celebrare la libertà. Dove? Nella strada che ci accoglie e ci Raccoglie sempre, senza giudicare la nostra ignoranza o l’ubriachezza, il nostro essere inopportuni e fuoriluogo, i nostri vestiti ed i nostri amanti. In quel giorno lei, via del Pratello, si colora di cremisi e si veste di un’ondata di persone che l’attraversano e la fanno vivere più di qualunque altro giorno dell’anno e che si perdono in degli ideali in cui però credono ogni secondo della loro vita. Non importa quanto tu sia organizzato il venticinque aprile, è statisticamente provato che appena ci sei dentro a quell’ondata di persone, perderai gli amici con cui hai previsto di trascorrere la giornata ogni cinque minuti e che alla ventesima birra intervallata qua e là da qualche amaro o spritz smetterai di porti il problema di cercarli perché sarai ormai confidente di conoscere qualunque persona tu incontri sulla tua strada. Che tu la conosca per davvero oppure no, a nessuno è dato saperlo, ma la cosa bella è che, in effetti, a nessuno importa.
Mi sa che quest’anno al Pratello nessuno si sia perso i propri amici in un vortice di ignoranza e valori, in un mare rosso di birra e vino, però di una cosa sono certa: gli ideali sono là e si presentano su dei fogli A4 appiccicati con lo scotch alle colonne dei portici che urlano perché di quella libertà ne sono orgogliosi da settantacinque anni.
Ed io non posso fare altro che mettere su la mia maglia rossa e stringere la peroni esattamente come stavo facendo due anni fa. E voi ?






G.
PS non denunciatemi. Ho fatto le foto rientrando da lavoro.


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