Oh, my darling quarantine

Me la voglio ricordare così. Con la canzoncina tremendamente dolce di uno dei film più hipster ma anche più emozionanti che io abbia mai visto, che per un caso sfortunato si è trovata riarrangiata con la parola più sentita degli ultimi tre mesi. Quarantine. Oh, my darling quarantine, quanto è difficile scrivere di te ora che sei sulla bocca di tutti ma che assumi sulla lingua di ognuno un sapore diverso e che hai assunto anche sulla mia una moltitudine di aromi contrastanti. Mi sono concessa il tempo di portarti a termine, rispettandoti e vincolandomi a te ed ho concesso a te il tempo di impossessarti di ogni aspetto della mia vita, costringendomi a sbracciarmi la felpa, ad appoggiare i gomiti sulle ginocchia ed il mento tra le mani ed infine a fermarmi un attimo per provare a capirci qualcosa. A capirti. Ah, poi cosa ci ho capito (?), niente, come al solito, però, come da qualunque incomprensione che si rispetti, superato l’esordio rancoroso, siamo giunte presto a riconoscerci nei reciproci errori. Tu nella tua pretesa di definire una nuova normalità ed io nel mio morboso attaccamento a quella vecchia. In un certo senso non ho ancora smesso di anelare alla mia vecchia normalità ma allo stesso tempo sento che sta sbiadendo, lasciandomi immersa in un subbuglio di sensazioni che vede alternata la nostalgia all’indifferenza. Vedi, my darling quarantine, tu mi hai donato un oggetto – che proprio un oggetto non è – che mi sfugge, di solito. Il signor tempo. Il lord più impegnato della sua contea, si dice di lui che abbia i piedi saldi a terra e gli occhi sempre puntati più in là, al domani. Il tempo non era mai stato così tanto libero dalle attività più o meno futili che lo avevano da sempre oberato, perciò ha lasciato il suo regno spiazzato dinanzi al vuoto colmabile dei giorni. A me ha concesso la possibilità di fermarmi, cosa che all’inizio ho percepito come una transenna posta nel bel mezzo della mia pista da corsa, ma che si è presto trasformata in un’amaca sospesa nel vuoto sulla quale mi sono accomodata ad osservare un panorama che sempre più spesso finivo per vedere solo di sfuggita. Mi ha fatto godere delle piccole grandi cose che non sempre la mia anelata vecchia normalità permetteva di vedere, ma soprattutto di condividerle con le tre persone che, rinchiuse tra le mie stesse mura, sono state per me la famiglia ed insieme gli amici che ho imparato a conoscere nel profondo e grazie alle quali ogni cosa è sempre sembrata al proprio posto anche se tutto in realtà lì fuori era sotto sopra. Per me, my darling quarantine, hai anche il sapore di noncontare, una newsletter a base di storie mascherate da email che mi hanno fatta emozionare e ridere anche e che hanno smosso qualcosa in fondo allo sterno di cui ho percepito la concretezza e la forza ed a cui ho dedicato quell’oggetto prezioso che tu mi hai concesso. Il mio tempo. Mi sono fatta l’idea che dietro a tutto ciò ci dovesse essere qualcuno con talento perché non mi accade spesso di leggere qualcosa e poi di essere invasa dalle emozioni così violentemente da voler reimparare a leggere, reimparare ascoltare, reimparare a guardare le cose in modo da poterle comprendere meglio. Più a fondo. Con la colonna sonora giusta. Ed io condivido con voi una parte della mia colonna sonora, una canzone di Beck che compare in eternal sunshine of the spotless mind che si intitola everybody’s gotta learn sometime, prima o poi tutti devono imparare, perché la lezione che questi mesi mi hanno voluto impartire, io la sto appena iniziando a digerire.

G.

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