Non riesco a controllarle. Le emozioni. Onde sfrontate che si infrangono con violenza sulle mie forme, travolgendomi senza sosta fino a farmi dimenticare la mia consueta razionalità. A volte le sento scorrere dentro di me, impetuose e senza controllo, mi fanno straripare come un fiume sotto ad un temporale, riducendo a brandelli ciò che resta della mia razionalità abbandonata com’é in balia della corrente.
Mi sento come un fiume in piena che non promette fertilità. Ma solo frane. Perché riesco solo a far collassare tutto come un pianeta schiacciato dalla sua stessa gravità.
Mentre ogni cosa intorno a me esplode, ordino i miei soliti popcorn, indosso gli occhialini 3D di cartone verdi e rossi e mi metto comoda sulla poltrona in velluto godendomi l’usuale spettacolo tridimensionale, quasi ripetitivo, del collasso. E così, spettatrice disinteressata della mia stessa vita, mi trovo ad ingozzarmi di popcorn chiedendomi quale sia stavolta il motivo per cui tutto intorno a me aleggia solo una disarmante distruzione. Allora metto la mia vita in rewind e mentre fallisco nel provare a staccare con la lingua un pezzo di popcorn rimasto incastrato tra i denti, mi trovo ad ammettere a me stessa che ancora una volta l’impeto delle mie emozioni ha annientato mia razionalità, pensando a quanto questo sia insolito per una persona con i piedi saldati a terra come me.
Faccio un passo indietro per osservare con distacco la me stessa che sta a sua volta osservando la distruzione e realizzo presto che questa non è altro che un’esasperazione della realtà. Che la tempesta che mi devasta e che mi piove attraverso gli occhi alla fermata del treno si risolve nel soffio delicato della brezza estiva. Che il collasso che mi toglie il respiro è in realtà il tocco di una farfalla che si appoggia per un secondo sul petalo di un tulipano che resta ad ondeggiare ancora un po’ dopo che lei vola via. Che in realtà la violenza con cui le emozioni mi attraversano, così forti da essere fame nervosa o inappetenza, gioia sfrontata o dolore inconsolabile, la sento solo io. Che lo stato di vulnerabilità in cui a causa loro mi sento piombare si riduce agli occhi di chi mi sta intorno in un momentaneo ed assordante silenzio. Che la voglia che io ho, in alcuni momenti, di annientarle, queste emozioni ardite, voi nemmeno potete immaginarla.
Ed invece no. Non le anniento, ma mi annientano. Mi lascio inondare alla fermata del treno dallo straripare delle lacrime che appannano, con l’aiuto della mascherina, gli occhiali da sole e penso che almeno se le lascio sfociare, mi danno tregua. Almeno fino a domani.

























G.


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