Vorrei stampare nella mia mente l’immagine di mio padre che durante la nostra corsa mattutina solleva le braccia ai lati del suo corpo snello nel tentativo di imitare i gabbiani che volano via, spaventati dai nostri passi. Si volta verso di me e mi dice ‘sto volando’. Allora lo imito e sollevo anche le mie di braccia, pensando ‘che bello, sto volando insieme a te’.
Vorrei stampare nella mia mente la dolcezza di mia madre in risposta ai miei quasi impercettibili cambiamenti di umore ed il buonumore che l’accompagna quando il tempo e le distanze ci permettono di passeggiare fianco a fianco.
Vorrei stampare nella mia mente il colore e la freschezza del mare cristallino che accoglie la complicità di mio fratello che è rimasta immune allo scorrere del tempo, mantenendosi costantemente viva, infuocata e vera.
Vorrei poi prendere queste immagini e proiettarle sul cielo di uno di questi giorni grigi e scorrerle come fossero diapositive di rullini non ancora sviluppati. E poi vorrei abbandonarmi alla sensazione malinconica che i dolci ricordi ti lasciano quando i protagonisti e le ambientazioni sono ormai più lontani di quanto tu lo desideri, lasciando che questa malinconia mi invada e mi insegni, una volta ancora, quanto alcune emozioni possono essere violente. Vorrei che il calore che accompagna questi ricordi si faccia spazio tra la pelle d’oca ed i giubbini di pelle di ottobre ed arrivi a scaldarmi lì dove non arriva il piumone, insinuandosi tra le le pieghe delle mie piaghe.
Vorrei che razionalizzare il dolore sia più facile, più veloce. Vorrei che si possa trovare una scorciatoia, di quelle che ti fanno evitare il traffico ed i semafori e che ti fanno arrivare prima. Vorrei che pensare a quei rullini non sviluppati sia sufficiente a scongiurare l’impeto doloroso che aleggia attorno alle ferite. Ed invece no. Il cielo è bianco, sarebbe la fine perfetta del fascio di luce del proiettore di quelle belle immagini, quindi lo accendo e mi metto comoda. Le scorro lentamente e mi godo i ricordi, giungendo presto alla consapevolezza che scorciatoie per il dolore non ne esistono. Che non si può essere in anticipo o in ritardo con lui, e che l’unica alternativa è quella di donargli il tempo che mi chiede perchè solo così posso imparare la lezione che vuole darmi. Il dolore è il maestro più bravo di qualunque scuola ed ora ho il grande onore di ascoltare ciò che ha da dirmi.




































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