Quando il sole tramonta, prima di cedere la scena alla luna, lascia piombare una leggera penombra sulla città. Questa si avvinghia ai palazzi dalle cime merlettate e per un momento lascia anche un po’ di spazio ad un cielo che prima è azzurro, poi rosa, poi pesca, poi arancione. In quell’istante la penombra esalta in controluce la bellezza degli edifici ed io mi ci riempio gli occhi, passeggiando lentamente lungo le strade vuote del centro. Il vuoto estivo è accompagnato da un po’ di desolazione ma anche a qualche turista che si ritrova ad essere quasi l’ultimo abitante della città. Pelle chiara, cappello da pescatore, pantaloncino da trekking e sandali teva sono gli elementi distintivi dello stereotipo del turista che siede comodo al tavolo di una trattoria con la pelle arrossata dal sole. Seduta al tavolo con lui e la sua famiglia solo una riconoscibile atmosfera da vacanza che gli fa concedere qualche eccesso e non gli fa sentire la stanchezza inevitabilmente causata dall’avidità di chi vuole vedere tutto ma che ha poco tempo per farlo. Io invece in questa città di tempo ne ho tanto, così tanto che con al mio fianco la mia solitudine ed in testa un cappello scolorito sono riuscita a scrutarne ogni millimetro ed a stamparlo come una foto nella mia mente. La mia compagna, la solitudine, levita leggera accanto a me ed insieme osserviamo i colori tenui del cielo che accarezzano i mattoni rossi degli edifici che mi fanno venir voglia di essere robusta come loro. E invece sono rarefatta come l’ossigeno in quota. A volte sento le emozioni come se camminassi su una sabbia di sassolini appuntiti con un paio di ciabatte da hotel: le emozioni, come i sassolini mi penetrano violentemente e mi fanno male. In quei momenti penso a quanto sarebbe bello indossare perennemente delle scarpe dalle suole di gomma così spesse da farmi sentire i sassolini solo come leggera carezza e non più come le spine di un rovo.
A poco a poco Mi rendo conto di avere iniziato a buttare giù questi pensieri nel vuoto di in una Bologna estiva che invece ora pullula già di studenti frenetici, di bimbi a scuola e di mamme accompagnatrici ed autiste. È passato così tanto tempo ed io non ho ancora trovato le parole per dire che non ce l’ho ancora fatta a ricostruirmi , che ho provato a mettere a posto i pezzi col nastro adesivo ma è tutto più brutto, non più bello. Mi accorgo di aver lasciato le mie piantine abbandonate al caldo torrido e dissetate da un improbabile sistema di irrigazione che è riuscito a tenerle in vita per poco e che me le ha fatte ritrovare senza vita. Al mio ritorno le ho annegate nell’acqua nella speranza di compensare così alla secca dovuta alla mia lontananza. Ho imparato poi che le piantine hanno bisogno di una cura costante alla quale è inutile provare a sopperire con rari eccessi. E questo è incredibilmente simile a quello che accade con le persone che proprio come le piantine, vanno coltivate con costanza e cura che altrimenti poi finiscono per scomparire.
Io poi dopo un po’ le piantine senza vita ho smesso di annaffiarle e le ho buttate via, piantandone altre.
Imparerò forse a tenere in vita le cose, ma per il momento mi conviene investire in sistemi di irrigazione più robusti ogni volta che non posso permettermi di essere responsabile dell’esistenza di qualcun altro.


















































G.


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