L’autobus su cui sono seduta sfreccia attraverso strade che non conosco, infatti non so se siamo vicini alla meta o se ci manca ancora molta strada. In realtà non so nemmeno se mi importa davvero, della meta. In questo momento l’unica cosa che mi importa è che lui continui a sfrecciare in strade sconosciute perché la mia mente sta facendo esattamente la stessa cosa ed il suo movimento le è propedeutico. Ho occupato da sola un posto per due e divarico compiaciuta le gambe nello stesso momento in cui assaporo un leggero senso di colpa per questo mio egoismo: ho voglia di prendermi il mio spazio ma so che questo non mi è strettamente necessario. Ho appoggiato la testa al sedile ed osservo ipnotizzata la lastra di vetro che mi separa dalla strada che corre nella direzione opposta alla mia. Le mie pupille si aggrappano ad uno qualunque dei fotogrammi che scorrono e lo inseguono fino a che possono, fino a quando questo, ormai rimpicciolito, è così lontano da sfuggirle. Poi rimbalzano indietro, si aggrappano ad un nuovo fotogramma e lo inseguono di nuovo. E poi ancora. E ancora. E ancora. Nel mentre mi accorgo che, cambiando la messa a fuoco, oltre alla strada che corre verso di me, intravedo ogni tanto anche i miei occhi che mi fissano dal finestrino, sovrapposti timidamente al paesaggio, se ne stanno lì a restituirmi lo stesso sguardo ipnotizzato e perso ed io all’inizio a stento riesco a riconoscerli. La messa a fuoco cambia di nuovo, sfugge al mio controllo e per qualche istante torno a sfrecciare contro la stretta strada ingiallita da fiori tropicali ai quali si aggrappa il mio sguardo. Stavolta dura poco perché il riflesso che mi sta restituendo il finestrino si impone con prepotenza e non lascia spazio a personaggi secondari. E quindi, spiazzata da questa prepotenza, cedo al mio riflesso ed attraverso di lui passo in rassegna ogni millimetro del mio corpo, controllando che ogni parte di me sia ancora al posto giusto. È un esercizio quotidiano, lo faccio per assicurarmi che i miei frantumi siano in realtà ancora tutti attaccati insieme e scopro ogni volta sorprendentemente di non avere lesioni evidenti, di essere tutta intera, un solo pezzo senza interruzioni. I capelli li vedo, sono disordinati come al solito e leggermente scoloriti dal sole, sono sempre lì attaccati alla mia fronte spaziosa che inizia ad essere segnata da solchi ondeggianti. Il mio naso se ne sta lì a dominare le labbra e si congiunge a queste attraverso delle curve profonde che accompagnano le guance quando accenno un sorriso. Le labbra poi si appoggiano sul mento deciso che lascia spazio al collo saldato sulle spalle che si aprono sulla punta di due ali sporgenti che sono le clavicole. Osservo il mio busto abbandonato sul sedile che si prolunga nelle braccia robuste disposte come rami. Non riesco a vederle ma sono certa che anche la gambe siano saldate al busto, ora riposano intrecciate e non se ne stanno più prepotentemente divaricate perché accanto a me si è seduto qualcuno e non posso più invadere senza permesso il suo spazio. Distratta da questo, mi volto verso la persona seduta accanto a me e la contemplo fino a quando questa mi rivolge il suo sguardo. Scopro che i suoi occhi mi restituiscono ogni millimetro di me e mi permettono vedere dei punti inesplorati che non sapevo esistere. È come se quegli occhi disegnassero una porta al centro del mio sterno e l’aprissero dandomi con galanteria la precedenza ed io, leggermente imbarazzata per il gesto, la varcassi per entrare dentro di me. Quello che vedo, una volta dentro, è molto diverso da come me lo immaginavo e non perché pensavo di trovarmi intrappolata nella gabbia toracica, faccia a faccia con i polmoni e con il cuore ed invece la mia vena artistica di scrittrice ha deciso di spostare il concetto di ‘dentro’ da letterale a metaforico. È diverso da come lo immaginavo perché non ci sono frantumi appuntiti che levitano sconnessi in uno scenario post apocalittico, è tutto invece armoniosamente connesso, deforme nelle sue zone di luce ed in quelle di ombra, così imperfetto da essere unico. Non mi ero mai vista così prima. Ritrovo la porta ed esco con calma, accolta dagli occhi che me l’avevano aperta. Mi congedo da loro con un ultimo sguardo e torno a fissare la strada che corre verso di me con una nuova consapevolezza: esistono moltissime cose che mi cambieranno, mi deformeranno, mi limeranno, interferiranno con il delicato equilibrio tra la luce e l’ombra che si divertono a giocare dentro di me ma non esiste nulla che possa ridurmi in frantumi, io sono tutta d’un pezzo. Sono una donna tutta d’un pezzo.



















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