Nella casa in cui vivo ora c’è un terrazzo, è un po’ spoglio ma piuttosto grande ed ora che le giornate si sono riscaldate ed allungate a volte diventa un rifugio sicuro dalla malinconia. O per la malinconia. La finestra della mia stanza affaccia sul terrazzo per mezzo di un piccolo davanzale che al crepuscolo diventa la poltrona per osservare la fetta di umanità che mi si staglia davanti, composta da strati di finestre ordinate intermezzati da qualche spalmata di intonaco. Il silenzio del calar del sole è rotto solo dalla tromba e dalle trombate dei vicini e, pur trovando piacevole il primo suono, mi proteggo dal secondo indossando lo scudo bluetooth delle cuffie. Skip. Skip. Skip.
He was a quick wet boy. Si è lei. Diving too deep for coins. Afferro la sigaretta che Davide ha lasciato sul mio comodino mesi fa e l’accendo. Non fumo di solito, ma oggi si. Torno a fissare i palazzi e mi dico che se la popolazione di questa città fosse una torta, probabilmente una sua fetta perfettamente tagliata con la paletta per dolci in questo momento giace dietro le finestre immobili disposte simmetricamente davanti ai miei occhi. Mi immagino lo studente fuorisede che non è riuscito a tornare a casa che sta seguendo, sbuffando, le lezioni da uno schermo luminoso ed il suo coinquilino alla finestra accanto che fissa il vuoto perché la tesi l’ha ormai riletta trecento volte e piuttosto starebbe tra le lenzuola di quella tipa che gli sorrideva al Macondo prima di buttare giù un amaro qualche settimana fa. Se abbasso lo sguardo alla fila sottostante di finestre mi immagino la mamma che prepara la cena per la figlia adolescente che è perennemente arrabbiata ed ascolta musica fissando il soffitto della sua camera su cui ha fedelmente riportato il sistema solare e per suo fratello grande che suona la chitarra chiedendosi se quella che ha scelto è davvero la strada giusta; se lo chiede anche la donna nell’appartamento accanto che, accarezzando il suo gatto, pensa nostalgicamente alle occasioni che si è lasciata scappare e con orgoglio a quelle che è riuscita ad afferrare con forza. Il sole ha ormai lasciato spazio alla luna ed alla finestra nella fila ancora più sotto si accende la prima luce, è un signore che ha appena finito il suo turno al lavoro e, stanco ed affamato, attacca il cappotto all’appendiabiti e sorride alla moglie che gli manda un bacio da una cornice in bianco e nero ed inizia a sminuzzare le verdure per la cena. A partire da quella finestra iniziano ad accendersi una dopo l’altra le luci di tutte le finestre, come se fossero uno sciame di lucciole. Schiaccio la sigaretta ancora accesa nel posacenere, mi alzo sul davanzale e salto nella mia camera. Chiudo la finestra e mi affaccio alla finestra sulla fetta di umanità della mia casa che mi aspetta con le sue così diverse quattro personalità, a volte in perfetta sintonia, altre in perfetto contrasto.
Oggi ho raccontato ad uno dei miei coinquilini del papà che lascia andare il figlio sulla bici senza rotelle sulle note dei Mogwai e tra una mini lezione sulla radiazione di fondo e le onde gravitazionali ed un film con lieto fine, mi è sembrato che la fetta di umanità di questa casa assomigliasse proprio ad una famiglia.





















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