Da qualche mese accumulo i vestiti da rammendare in un angolo remoto dell’armadio, alcuni necessitano di mani ben più esperte delle mie mentre altri sono solo scuciti e lo scatolino con gli aghi ed i fili colorati riposto nel cassetto del comodino è sufficiente a rieleggerli abitanti onorari dei piani alti che giacciono dietro alle ante. L’abisso tra la mia vita di prima e quella di adesso è segnato da un netto cambiamento del ruolo del tempo. In entrambe le ere della mia esistenza avrei potuto trovare i fatidici dieci minuti destinati al cucito, solo che nell’era uno – la mia vita di prima – dovevo attaccarmi un post-it su ogni superficie visibile per ricordarmelo, mentre nell’era due – quella di adesso – quest’attività esclusiva può svoltarmi la giornata. Allora ho sporto la testa nell’armadio e, un po’ delusa dal non trovarci la porta di ingresso per Narnia, ho cercato l’angolo remoto dei vestiti da rammendare con lo sguardo e mi ci sono fiondata con le braccia per afferrare la morbida collinetta e riporla sul letto. Non so da dove iniziare ma magari fare una selezione delle riparazioni alla mia portata potrebbe essere un buon inizio, quindi scruto uno per uno i capi senza vita e metto in pole position i selezionati. Afferro l’ago con il pollice e l’indice e cerco di centrare la cruna con l’estremità del filo ma al secondo tentativo non sono ancora riuscita a mantenere il polso abbastanza fermo da riuscirci. Alla fine ci riesco e tappo i buchi di un vestito nero che non metto da tempo. Mentre l’ago si insinua come un serpente tra i lembi penso a come sia facile chiudere le ferite con il filo di cotone e magari se il vestito è fortunato ed il chirurgo abile, le sue cicatrici nemmeno si vedranno mai. Sarebbe bello se fosse così anche per le anime ed i corpi, ripararli senza lasciare segni, senza cuciture visibili, spiragli aperti su dolori quasi dimenticati. Allo stesso tempo però le ferite cucite male che ci trasciniamo hanno il potere di elevare le nostre esistenze a qualcosa di più di semplici percorsi ad ostacoli: le trasformano in storie straordinarie che, anche se non ce ne accorgiamo, abbiamo un disperato bisogno di raccontare. Così finiamo per metterci faccia a faccia, nudi, spogliati del superfluo, a confrontare le nostre liste di cicatrici, come se fossimo bambini che guardano sorpresi le figurine degli altri.
Sai perché a volte ce le inchiodiamo sulla pelle con l’inchiostro, le nostre cicatrici? Perché non vogliamo scordarci che le storie fantastiche che possiamo raccontare le dobbiamo a loro.
Quasi quasi ora provo il vestito e controllo di averlo ricucito per bene. Metto via i pantaloni e la felpa in pile ed incastro testa e le braccia nella stoffa nera. Tiro giù e vado allo specchio. Mi volto a destra. Poi a sinistra. Poi cerco di osservare la parte posteriore. L’ago non ha lasciato lembi disgiunti, finestre socchiuse sulla pelle nuda, ed il vestito può tornare ad essere appeso con gli altri. Prima però metto su un paio di anfibi perché per un momento voglio ricordare cosa si prova ad essere pronti per uscire.































































































































































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