Stamattina ho lasciato troppo tempo il mio drink preferito – latte e caffè – sul fornetto. Era bollente ed impossibile da bere. Allora mi sono ricordata che quando eravamo piccoli, io e mio fratello, ricorrevamo sempre a mio padre quando ci succedeva una cosa simile. Lui si metteva in testa un cilindro da mago e versava il contenuto del pentolino in un altro freddo. Poi prendeva quello che inizialmente conteneva il latte bollente e lo raffreddava sotto un getto di acqua fredda per poi riversargli all’interno la bianca bevanda già parzialmente raffreddata. Se non era riuscito a raffreddare abbastanza il latte, ripeteva questa serie di operazioni fino al raggiungimento della temperatura giusta. Io e mio fratello, spettatori casuali di uno spettacolo ben riuscito, osservavamo la magia col naso all’insù.
Pensando con tenerezza ad uno dei miei spettacoli di magia preferiti, ho imitato i gesti del mago: ho cercato un altro pentolino freddo, ci ho riversato il mio amato latte e caffè ed ho raffreddato quello bollente sotto l’acqua; una volta freddo l’ho riempito di nuovo, posizionando velocemente il pentolino caldo sotto il getto di acqua fredda, continuando fino a quando non ho potuto immergerci il labbro superiore senza scottarmi. Oggi, nel fare l’alchimista del cappuccino, senza ampolle di vetro ma con pentolini e tazze, pensavo a cosa stesse accadendo fisicamente ai corpi che avevo tra le mani. La miscela di latte e caffè era bollente perché la fiamma del fornello aveva trasferito al liquido la sua energia per un tempo troppo lungo. Quando si fornisce energia ad un liquido, questo se la prende e la trasforma in un aumento di temperatura, fino a quando non raggiunge l’ebollizione: a quel punto l’energia fornita serve solo a fargli cambiare stato fisico – da liquido a vapore – e non può essere più utilizzata per far aumentare ulteriormente la temperatura. Perché la miscela si raffreddava nel passare dal pentolino caldo a quello freddo? Ah, giusto. Il pentolino freddo rubava una parte dell’energia del liquido per riscaldarsi e così alla fine mi ero trovata col pentolino freddo, caldo e con la miscela bollente, un po’ meno bollente.
Persa tra questi pensieri sentivo il mio cellulare vibrare insistentemente e richiamare la mia attenzione notificando “Padova – gara papà”. Era la me di dicembre 2019 che voleva ricordare alla me di marzo 2020 che il prossimo weekend avrei dovuto raggiungere i miei a Padova e che avrei avuto a disposizione una settimana – ridotta a quei dieci minuti al giorno ritagliati tra il lavoro, lo sport e gli amici – per preparare tutto in modo che venerdì avrei potuto comunque far serata come al solito fino al mattino di sabato e poi infilarmi direttamente nel treno per Padova che mi avrebbe concesso l’oretta tra le braccia di Morfeo necessaria a riprendere sembianze umane.
Quando ha saputo che la gara sarebbe stata posticipata, mio padre mi aveva chiamata con un tono decisamente intristito per dirmelo, dispiaceva anche a me perché so quanto la bici sia importante per lui e quanto avrebbe voluto trascorrere del tempo con me.
Avrei voluto dirgli che mi ha insegnato che non importa se, diventando scienza, la magia cessa di essere meraviglia; gli insegnamenti che dall’una e dall’altra possiamo trarre possono essere egualmente profondi solo se siamo pronti a farli nostri.




































































































G.


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